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21 Gennaio 2022

Procedure concorsuali: recupero dell’Iva sui crediti non riscossi – Le modifiche del Decreto legge Sostegni-bis


Con la circolare n. 20/E diffusa lo scorso 29 dicembre l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in merito all’articolo 18 del decreto legge Sostegni-bis che ha modificato la disciplina delle variazioni in diminuzione dell’imponibile Iva o dell’imposta dovuta ai sensi del decreto Iva.

L’articolo 18 citato ha disposto, in particolare, che in caso di mancato pagamento del corrispettivo connesso a procedure concorsuali non si debba più attendere la conclusione delle stesse. La modifica apportata dal decreto in argomento, convertito nella legge n. 106/2021, incide, di conseguenza, sul diritto di portare in detrazione l’imposta corrispondente a dette variazioni.

La novità principale apportata dal decreto legge in parola è rappresentata dall’anticipo del momento a partire dal quale può essere emessa la nota di variazione nel caso di debitore sottoposto a procedure concorsuali. In considerazione dei principi affermati dalla giurisprudenza unionale il legislatore ha disposto che in tali casi non occorre più attendere l’infruttuosità della procedura concorsuale in quanto già a partire dalla data di apertura della stessa, ossia, ad esempio dalla sentenza dichiarativa del fallimento, il creditore ha la facoltà di emettere la nota e, pertanto, di rettificare in diminuzione l’Iva non riscossa.

In sostanza con le nuove previsioni in tema di variazione dell’imponibile, il legislatore ha voluto anticipare il dies a quo relativo all’emissione della nota di variazione in diminuzione da parte del creditore in relazione alle procedure concorsuali.

Tale novità trova applicazione a partire dalle procedure concorsuali avviate dopo il 25 maggio 2021. Il decreto legge n. 73/2021 ha apportato significative modifiche alla normativa che regola le variazioni in diminuzione dell’imponibile Iva seguendo le indicazioni della Corte di Giustizia Ue.

Il nuovo articolo 26 del decreto Iva impone all’Amministrazione finanziaria di fornire chiarimenti per le criticità interpretative derivanti da precedenti orientamenti giurisprudenziali e di prassi, inconciliabili con le novità. Un peso decisivo hanno avuto, come anticipato, anche alcuni orientamenti della Corte di giustizia europea in materia di riduzione della base imponibile. Le modifiche normative mirano in sostanza a raggiungere una maggior coerenza con gli indirizzi unionali.

In aderenza alla nuova formulazione della norma l’Agenzia ritiene che l’emissione della nota di variazione in diminuzione e, conseguentemente, la detrazione dell’imposta non incassata, non risulti preclusa al cedente/prestatore (creditore) che non abbia effettuato l’insinuazione al passivo del credito corrispondente. Deve, pertanto, ritenersi superata la posizione secondo cui la nota di variazione in diminuzione è emessa in subordine alla necessaria partecipazione del creditore al concorso.

Un altro importante chiarimento concerne il dies a quo per l’emissione della nota di variazione. Anche in questo caso i dubbi derivano da orientamenti contrastanti anche all’interno della stessa Amministrazione finanziaria. Il documento di prassi amministrativa con il nuovo comma 3-bis all’art. 26 del decreto Iva ‘ufficializza’ che il cedente/prestatore può emettere la nota di variazione in diminuzione nei confronti del cessionario/committente ‘a partire dalla data in cui quest’ultimo è assoggettato a una procedura concorsuale’.

In considerazione delle modifiche apportate all’articolo 26, occorre effettuare ulteriori valutazioni circa la necessità o meno della partecipazione del creditore al passivo al fine di operare la variazione in diminuzione per mancato pagamento.

Secondo i giudici unionali al fine di garantire il rispetto del principio di neutralità dell’Iva, la riduzione della base imponibile dell’Iva è ammessa in specifici casi e, in particolare, nell’ipotesi in cui il creditore possa dimostrare che, anche qualora avesse insinuato il credito in questione, questo non sarebbe stato riscosso.

In considerazione di ciò si ritiene che l’emissione della nota di variazione in diminuzione e, conseguentemente, la detrazione dell’imposta non incassata, non risulti preclusa al cedente/prestatore (creditore) che non abbia effettuato l’insinuazione al passivo del credito corrispondente.

Il diritto alla detrazione Iva può invece essere esercitato entro la data di presentazione della dichiarazione relativa all’anno in cui si sono verificati i presupposti previsti, ovvero l’effettuazione dell’operazione e il possesso della relativa fattura. Ai fini della detrazione rileva anche il momento di emissione della nota di variazione, che rappresenta il presupposto formale necessario per l’esercizio concreto del diritto.

Volendo esemplificare, se il presupposto per operare la variazione in diminuzione si verifica nel periodo d’imposta 2021, la nota di variazione può essere emessa, al più tardi, entro il termine di presentazione della dichiarazione Iva relativa all’anno 2021, vale a dire entro il 30 aprile 2022. Se la nota è emessa nel periodo dal 1°gennaio al 30 aprile 2022, la detrazione può essere operata nell’ambito della liquidazione periodica Iva relativa al mese o trimestre in cui la nota viene emessa, ovvero direttamente in sede di dichiarazione annuale relativa all’anno 2022 (da presentare entro il 30 aprile 2023).

Ciò posto, in caso di mancato pagamento a causa di procedure concorsuali:

  • la data a partire dalla quale sono consentiti l’emissione della nota di variazione in diminuzione e, conseguentemente, l’esercizio del diritto alla detrazione dell’Iva in capo al cedente/prestatore è quella in cui il cessionario/committente è assoggettato alla procedura stessa;
  • la data entro cui emettere la nota di variazione in diminuzione deve essere individuata nel termine per la presentazione della dichiarazione Iva relativa all’anno in cui si sono verificati i presupposti per operare la variazione in diminuzione, ossia, con particolare riferimento alle procedure concorsuali, entro il termine di presentazione della dichiarazione Iva relativa all’anno in cui, ad esempio, viene emanata la sentenza dichiarativa del fallimento;
  • la data entro cui esercitare il diritto alla detrazione, invece, deve essere individuata nella data della liquidazione periodica Iva relativa al mese o trimestre in cui la nota viene emessa o, al più tardi, in sede di dichiarazione Iva relativa all’anno di emissione della nota.

Un’altra novità contenuta nel decreto legge n. 73/2021 concerne gli adempimenti del cessionario/committente soggetto a procedura concorsuale. In base all’ultimo periodo aggiunto al comma 5 del decreto Iva l’obbligo di registrare la nota di variazione emessa dal creditore non si applica nel caso di procedure concorsuali. Il curatore o commissario che riceve la nota di variazione, pertanto, non è tenuto ad annotare la corrispondente variazione in aumento nel registro. Ciò implica che, in tal caso, la procedura non è tenuta al versamento dell’imposta, che resta in carico dell’Erario.

L’obbligo di registrazione della variazione, in rettifica della detrazione originariamente operata resta, invece, in capo al cessionario/committente, negli accordi di ristrutturazione dei debiti di cui all’art. 182-bis della legge fallimentare e nei piani attestati ai sensi dell’art. 67, terzo comma, lett. d) della legge medesima. Parimenti, l’obbligo di registrazione della variazione resta nelle ipotesi di procedure esecutive individuali infruttuose.

Il nuovo comma 5-bis introdotto dal decreto Sostegni-bis prevede che successivamente all’emissione della nota di variazione in diminuzione qualora il corrispettivo sia pagato, in tutto o in parte, si applica la disposizione che prevede l’obbligo di emettere una nota di variazione in aumento. ‘In tal caso, il cessionario o committente che abbia assolto all’obbligo di cui al comma 5 ha diritto di portare in detrazione ai sensi dell’art. 19 l’imposta corrispondente alla variazione in aumento’.

Nel caso in cui successivamente il creditore riceva il pagamento il diritto di detrazione dell’imposta indicata nella relativa nota di variazione in aumento – ai sensi del citato comma 5-bis – previa registrazione della stessa, sorge solo in capo ai cessionari/committenti che, in forza del primo periodo del comma 5, hanno in precedenza operato la rettifica dell’imposta in aumento e versato la stessa.

Come già anticipato le modifiche normative apportate all’articolo 26 del decreto Iva trovano applicazione solo con riferimento alle procedure concorsuali avviate dal 26 maggio 2021, data di entrata in vigore del decreto Sostegni-bis.

Il decreto Iva, all’articolo 26, comma 2 e seguenti, individua le ipotesi in cui è possibile variare in diminuzione l’imponibile e l’imposta, nel presupposto che la fattura originaria sia stata registrata dal cedente e abbia, perciò, concorso alla liquidazione Iva.

In proposito, è bene precisare che il superamento del limite temporale previsto dal legislatore per l’esercizio del diritto alla detrazione non implica che il recupero dell’imposta non detratta possa avvenire, alternativamente, presentando, in una fase successiva, la dichiarazione integrativa a favore contenente la riduzione non operata dell’imposta, o un’istanza di rimborso.

Si ritiene, infatti, che il decorso del termine previsto in capo al creditore per poter operare la variazione in diminuzione non possa legittimare lo stesso ad adottare tali soluzioni, delle quali, in assenza dei requisiti normativi, deriverebbe una violazione dei termini decadenziali.

In particolare, nel caso in cui il termine per l’emissione della nota di variazione sia già spirato, non è possibile presentare una dichiarazione integrativa Iva a favore per recuperare l’imposta versata, laddove non si riscontri la presenza di errori ed omissioni cui rimediare. L’emissione di una nota di variazione in diminuzione è, infatti, una facoltà cui il contribuente può rinunciare. La presentazione di una dichiarazione integrativa Iva oltre a costituire una palese violazione dei termini decadenziali, non assicurerebbe il rispetto del principio di neutralità dell’Iva.

Il ricorso all’istituto del rimborso, disciplinato dall’articolo 30-ter del decreto Iva, trova invece applicazione solo quando il contribuente, per motivi a lui non imputabili, non sia legittimato ad emettere una nota di variazione in diminuzione ai sensi dell’articolo 26 del decreto Iva.

21 Gennaio 2022

Super ammortamento – Effetti prodotti dall’accettazione ‘tacita’ delle opere appaltate


Con la risoluzione n. 77/E del 31 dicembre 2021 l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in ordine agli effetti prodotti dalla c.d. accettazione tacita delle opere appaltate sulla disciplina del super ammortamento.

Preliminarmente l’Amministrazione finanziaria afferma che dal punto di vista fiscale, l’ipotesi di accettazione tacita non è espressamente disciplinata dalle disposizioni legislative concernenti il super ammortamento, né sono state fornite specifiche indicazioni di prassi a chiarimento della suddetta agevolazione.

Al riguardo la risoluzione richiama la sentenza n. 10582/2015 della Corte di cassazione la quale afferma che, al pari dell’accettazione espressa, quella tacita è ritenuta idonea a configurare il conseguimento di un ricavo o il sostenimento di un costo ai sensi dell’art. 109, comma 2, lettera b) del Tuir. Pertanto, l’accettazione tacita può trovare applicazione anche in materia di super ammortamento.

Ovviamente, l’accettazione tacita deve risultare in modo incontrovertibile dal comportamento fattivamente posto in essere dalle parti negoziali, ovverosia deve trattarsi, come sostiene la Suprema Corte, di ‘una volontà incompatibile con la mancata accettazione’.

In merito alle modalità con le quali provare la sussistenza dell’accettazione tacita da parte del committente, fermo restando la necessità di analisi caso per caso, occorre individuare il momento in cui è intervenuta l’accettazione tacita, ossia il momento in cui il committente ha espresso, attraverso comportamenti concludenti, la volontà di accettare l’opera oppure una volontà incompatibile con l’accettazione condizionata o con il rifiuto della stessa.

La presa in consegna dell’opera è una condizione necessaria ma non sufficiente per poter presumere la sussistenza dell’accettazione tacita da parte del committente; come anticipato, occorre che la consegna sia accompagnata dal ‘fatto concludente’ costituito dalla ‘ricezione senza riserve’ dell’opera.

In sostanza, affinché possa configurarsi un’accettazione tacita è necessario che il committente abbia ricevuto la consegna dell’opera senza averne contestato vizi o difetti. Il contribuente è tenuto a fornire elementi e documenti per dare ‘certezza’ alla data di presa in consegna, senza riserve, delle opere e, quindi, per dimostrare che l’accettazione tacita sia intervenuta in un determinato periodo d’imposta.

A tal fine potrebbe risultare utile la produzione, a titolo di esempio, dei seguenti documenti:

  • bilanci d’esercizio, libri contabili e registro dei beni ammortizzabili, dai quali si possa desumere: il momento in cui i beni agevolabili sono stati iscritti in contabilità; l’esercizio in cui sono stati iscritti nello stato patrimoniale e sono stati ammortizzati per la prima volta; il periodo d’imposta in cui sono entrati in funzione; l’esistenza di eventuali fondi rischi per contenziosi con le imprese appaltatrici, ecc;
  • scambi di documentazione tra il committente e l’impresa appaltatrice relativamente alle opere in questione, dai quali si potrebbero trarre informazioni specifiche riguardanti l’esecuzione e l’ultimazione dei lavori, la loro consegna, eventuali contestazioni riguardanti la sussistenza di vizi e/o difetti, incompletezze di esecuzione, errori, sul mancato rilascio di nulla-osta, autorizzazioni, certificazioni ecc;
  • fatture relative alle utenze, dalle quali si potrebbe valutare la dinamica temporale dei consumi di luce, gas, acqua e si potrebbero trarre elementi utili per determinare il momento in cui è iniziata l’attività del bene oggetto dell’appalto.

La data di accettazione tacita delle opere, determinata in base ai criteri e ai documenti sopra esposti, costituisce, ai fini del super ammortamento, il momento di ‘effettuazione’ dell’investimento, che ‘incardina’ il bene agevolabile nella disciplina agevolativa pro tempore vigente.
21 Gennaio 2022

Decreto legislativo di recepimento della Direttiva ‘DAC 6’ – meccanismi transfrontalieri soggetti all’obbligo di comunicazione


L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 78/E del 31 dicembre 2021, ha fornito chiarimenti in merito alla corretta applicazione della disciplina di cui al decreto legislativo n. 100 del 30 luglio 2020, che ha recepito la Direttiva Ue n. 2018/822 (Dac 6) a cui ha fatto seguito il decreto del Mef del 17 novembre 2020, con particolare riguardo alla sussistenza o meno dell’obbligo di comunicare, ai sensi della citata normativa, gli aggiustamenti di fine anno ai prezzi di trasferimento effettuati a favore di società controllate non residenti, in presenza di determinate caratteristiche.

L’articolo 2 del decreto legislativo definisce ‘meccanismo transfrontaliero’ uno schema, accordo o progetto, riguardante l’Italia e una o più giurisdizioni estere, qualora si verifichi almeno una delle 5 condizioni dettate dallo stesso comma. Tra queste rileva la condizione che non tutti i partecipanti allo schema, accordo o progetto, risiedano, ai fini fiscali, nel territorio dello Stato.

Come precisato dalla Circolare n. 2/E del 10 febbraio 2021 ‘i termini ‘schema’, ‘accordo’, ‘progetto’ si riferiscono a diversi gradi di complessità del meccanismo (…) può rientrare nel concetto di ‘schema’ un meccanismo che prevede una serie di entità coinvolte e transazioni tra di loro interconnesse. Il ‘progetto’, per altro verso, è l’insieme delle ipotesi teoriche che compongono uno ‘schema’ che, se realizzate, determinano il conseguimento di uno degli effetti da cui può derivare l’obbligo di comunicazione. L’accordo ricomprende qualsiasi intesa legalmente vincolante’.

Ai sensi dell’articolo 5, comma 1, del decreto legislativo, il meccanismo transfrontaliero è soggetto all’obbligo di comunicazione se sussiste almeno uno degli elementi distintivi tra quelli indicati nell’Allegato 1 del medesimo decreto, che costituiscono un ‘indice di rischio di elusione o evasione fiscale’. Come precisato nella circolare è sufficiente che uno solo di essi sia soddisfatto affinché, al ricorrere delle altre condizioni, sorga l’obbligo di segnalazione’.

La circolare n. 2/E specifica, inoltre, che la concreta individuazione dei meccanismi transfrontalieri oggetto di comunicazione deriva dalla lettura combinata di diverse disposizioni del decreto legislativo e del decreto ministeriale che nel loro insieme introducono un sistema di criteri selettivi focalizzati sui seguenti aspetti:

  • la transnazionalità del meccanismo;
  • la sussistenza di almeno uno degli elementi distintivi (hallmarks);
  • la presenza di una riduzione (potenziale) dell’imposta dovuta in un Paese dell’Unione Europea o in uno Stato terzo con il quale è in vigore uno specifico accordo per lo scambio di informazioni relativamente ai meccanismi transfrontalieri soggetti all’obbligo di notifica;
  • la presenza di un vantaggio fiscale principale realizzato da uno o più contribuenti in Italia.

Costituiscono meccanismi transfrontalieri soggetti all’obbligo di comunicazione anche gli aggiustamenti di Tp quando il destinatario è residente in una giurisdizione che non tassa i redditi o che non è cooperativa.

Secondo la risoluzione i TP adjustments effettuati a favore di società controllate non residenti risultano soggetti all’obbligo di comunicazione per garantire loro una marginalità in linea con i valori di libera concorrenza, determinando un componente negativo deducibile.

In merito ai tempi entro cui assolvere ai suddetti obblighi l’articolo 2 del decreto ministeriale dispone che il contribuente effettua la comunicazione entro 30 giorni a decorrere dal giorno seguente a quello in cui il meccanismo transfrontaliero è stato messo a sua disposizione ai fini dell’attuazione o a quello in cui è stata avviata l’attuazione. Lo stesso articolo precisa, inoltre, che la data di avvio dell’attuazione del meccanismo transfrontaliero corrisponde al momento in cui il contribuente compie il primo atto avente effetti giuridici o la prima transazione finanziaria ai fini dell’attuazione del meccanismo.

Per le comunicazioni successive alla prima e relative al meccanismo in esame, il dies a quo del termine di 30 giorni per la comunicazione dei TP Adjustment, in considerazione delle particolari modalità operative con cui vengono effettuati, la risoluzione ritiene che debba decorrere dalla data di approvazione del bilancio della società controllante che effettua l’aggiustamento.

21 Gennaio 2022

Cessione di crediti deteriorati – Base imponibile Iva – Art. 13 Dpr n. 633/1972


L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione n. 79/E del 31 dicembre 2021, fornisce chiarimenti in merito alle modalità di determinazione della base imponibile Iva della cessione avente ad oggetto crediti deteriorati.

Le cessioni dei crediti in sofferenza Non Performing Loans – Npls rientrano nel campo di applicazione dell’Iva come prestazioni di servizi se sono effettuate dietro pagamento di corrispettivo.

Tali prestazioni devono essere considerate come prestazioni di servizi con finalità di finanziamento esenti da Iva. In tal caso, è il cessionario e non il cedente del credito ad effettuare l’operazione, essendo la cessione del credito solo strumentale rispetto all’attuazione di una prestazione di servizi di natura finanziaria.

L’Agenzia delle Entrate ammette che la relativa base imponibile sia influenzata dal valore effettivo dei crediti ceduti. Se, in linea di principio, la base imponibile è pari alla differenza tra il prezzo di cessione dei crediti e il valore nominale degli stessi, quando l’oggetto della cessione è un credito in sofferenza, ovvero un credito per il quale la riscossione è incerta, non si può ignorare il suo valore effettivo perché, di regola, sono ceduti ad un prezzo inferiore al valore nominale proprio in virtù della sofferenza del credito.

In considerazione di ciò, l’Agenzia è dell’avviso che il criterio di determinazione della base imponibile individuato, per la cessione di crediti avente causa di finanziamento, non può applicarsi tout court alla cessione di NPLs.

Le operazioni di investimento in NPLs sono operazioni in cui un soggetto investe nell’acquisto di un portafoglio di crediti in sofferenza al fine di generare un ricavo dato dalla differenza tra il prezzo corrisposto per l’acquisto di tale portafoglio e quanto ricavato in sede di procedura di recupero dei medesimi crediti, al netto dei costi di recupero e di struttura necessari per l’investimento.

L’investitore in crediti deteriorati effettua, quindi, un’accurata analisi dei crediti, utilizzando criteri previsionali e metodologie statistiche che gli consentono di effettuare una corretta classificazione e valutazione del portafoglio di crediti e delle garanzie che li assistono.

Ciò considerato, per determinare la base imponibile della cessione di NPLs si deve fare riferimento ad un criterio basato sulla differenza tra il valore economico dei crediti al momento della cessione ed il prezzo pagato al cedente per l’acquisto di questi ultimi.

Tale valore economico riflette la valutazione alla quale giunge il soggetto passivo che acquista il portafoglio di NPLs all’esito di analisi dettagliate e documentate circa l’effettivo valore dei crediti da acquistare.

La valutazione economica dei crediti non prescinde da considerazioni soggettive in quanto il corrispettivo su cui calcolare l’imposta è lasciato alla libera volontà delle parti e, dunque, rimesso alla loro valutazione, potendo essere anche determinato in misura inferiore al prezzo di costo.

In merito al momento impositivo l’Agenzia ritiene che questo coincida con il pagamento del prezzo di acquisto del portafoglio di crediti deteriorati.

21 Gennaio 2022

Trattamento Iva – Contratti relativi a strumenti finanziari derivati su commodities – Differenziali legati alla variazione del prezzo dell’energia elettrica


È dedicata al trattamento Iva dei differenziali da liquidare in esecuzione di contratti relativi a strumenti finanziari derivati legati, in questo caso, alla variazione del prezzo dell’energia elettrica, la risoluzione n. 1/E del 3 gennaio 2022 dell’Agenzia delle Entrate.

L’Amministrazione finanziaria interviene in materia di contratti relativi a strumenti finanziari derivati su commodities. In particolare la risoluzione prevede che nel caso in cui il contratto di compravendita di energia elettrica stipulato tra un grossista e il proprietario di un impianto di produzione di energia preveda l’impegno al versamento dei differenziali di prezzo, a copertura del rischio di oscillazione del prezzo dell’energia, si è in presenza di un contratto di finanza derivata (swap).

Secondo quanto chiarito dalla Corte di cassazione il contratto di finanza derivata è quel contratto aleatorio con cui le parti si obbligano reciprocamente all’esecuzione, l’una nei confronti dell’altra, alla scadenza di un termine prestabilito, di una certa prestazione pecuniaria, il cui ammontare è determinato da un evento incerto. Effettuati i calcoli all’esito del periodo pattuito, uno dei contraenti si trova a debito nei confronti dell’altro ed è tenuto a pagare la differenza.

Per le Sezioni Unite nello swap non si ravvisa un mero scambio di flussi finanziari, bensì un accordo sulla misura del rischio basato su variabili previsionali previamente individuate.

Sul piano fiscale le operazioni di finanza derivata trovano la loro disciplina di riferimento, ai fini Iva, nell’art. 10 n. 4) del DPR n. 633/1972 che ricomprende, tra quelle esenti dall’imposta ‘le operazioni relative ad azioni, obbligazioni o altri titoli non rappresentativi di merci e a quote sociali, eccettuati la custodia e l’amministrazione dei titoli nonché il servizio di gestione individuale di portafogli; le operazioni relative a valori mobiliari e a strumenti finanziari diversi dai titoli, incluse le negoziazioni e le opzioni ed eccettuati la custodia e l’amministrazione nonché il servizio di gestione individuale di portafogli. Si considerano, in particolare, operazioni relative a valori mobiliari e a strumenti finanziari, i contratti a termine fermo su titoli e altri strumenti finanziari e le relative opzioni, comunque regolati; i contratti a termine su tassi di interesse, di tassi di cambio o di indici finanziari, e relative opzioni; le opzioni su valute, su tassi di interesse o su indici finanziari, comunque regolate’.

La base imponibile dei differenziali deve essere individuata nell’importo dello stesso differenziale monetario, anche alla luce dell’art. 4 della legge 8 maggio 1998 n. 146, così come modificato dall’art. 4 della legge 13 maggio 1999 n. 133 secondo il quale ‘agli effetti dell’imposta sul valore aggiunto le operazioni dipendenti da contratti pronti contro termine, che prevedono l’obbligo di rivendita a termine di titoli o valuta, si intendono unitariamente come prestazioni di servizi di finanziamento, aventi per base imponibile la differenza tra il corrispettivo a termine e quello a pronti’.

Devono, pertanto, considerarsi superati, con specifico riferimento alla determinazione della base imponibile dei contratti relativi a strumenti finanziari che danno luogo a differenziali monetari, i chiarimenti forniti con la risoluzione n. 77/E/1998, per la quale ‘le somme, cosiddetti differenziali, che vengono versate in esecuzione dei contratti stessi, costituiscono l’oggetto della prestazione contrattualmente dedotta e non possono essere qualificate come corrispettivi di una controprestazione, qualificazione quest’ultima che implicherebbe invece la sussistenza di una sinallagma funzionale tra le prestazioni da adempiere da ciascuna delle parti e nel cui reciproco condizionamento risiederebbe la causa negoziale. Trattasi, invece, di contratti aleatori ad alea bilaterale, nei quali alla reciprocità del rischio nel momento genetico del rapporto non corrisponde, tuttavia, una reciprocità di prestazioni legate da un nesso di sinallagmaticità funzionale. Infatti, alla scadenza prefissata, si verifica un fenomeno di concentrazione dell’obbligazione a carico di una sola delle parti contraenti, per cui il contratto dà luogo ad un’unica prestazione’.

21 Gennaio 2022

Nuovi codici tributo per la restituzione spontanea dei contributi a fondo perduto non spettanti


Con la risoluzione n. 2/E del 4 gennaio 2022 l’Agenzia delle Entrate ha istituito i codici tributo per la restituzione spontanea, tramite modello ‘F24 Versamenti con elementi identificativi’, del contributo a fondo perduto non spettante, erogato mediante accredito su conto corrente, nonché il versamento dei relativi interessi e sanzioni.

I contributi sono quelli previsti dal decreto legge Sostegni-bis e dal decreto legge Agosto a favore delle attività economiche chiuse a causa della pandemia da Covid-19.

I nuovi codici tributo sono i seguenti:

  • ‘8137’ denominato ‘Contributo a fondo perduto per attività chiuse – Restituzione spontanea – CAPITALE – Art.2, Dl n.73/2021 e Art. 11 Dl n. 105/2021’;
  • ‘8138’ denominato ‘Contributo a fondo perduto per attività chiuse – Restituzione spontanea – INTERESSI – Art. 2 Dl n. 73/2021 e Art. 11 Dl n. 105/2021’;
  • ‘8139’ denominato ‘Contributo a fondo perduto per attività chiuse – Restituzione spontanea – SANZIONE – Art. 2 Dl n. 73/2021 e Art. 11 Dl n. 105/2021’.

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